Antologia critica

 

 

 

Bordighera ha un suo muratore-pittore, si chiama Joffre Truzzi, ha 33 anni, i competenti gli pronosticano un brillante avvenire.

[...] Truzzi dipinge soltanto la domenica, gli altri giorni li trascorre sugli alti ponti delle case in costruzione. [...]

Una sua personale, ha ottenuto in questi giorni, a Bordighera, un ottimo successo e le vendite sono state notevoli. Ma Truzzi non si è montata la testa e continua, nei giorni feriali, a lavorare di cazzuola [...]

La sera - tutte le sere , dopo il duro lavoro - frequenta lo studio del professor Giuseppe Balbo. Gli tengono compagnia altri giovani allievi che ascoltano le “storie” dei grandi pittori del passato con gli occhi sgranati, come fossero fiabe.

 

Mario Caudana, 1948

 

 

Dieci anni fa Truzzi, la domenica batteva le strade delle nostre campagne; le dipingeva instancabilmente; riempiva due o tre cartoni nella stessa giornata. Il paesaggio era studiato con amore, con ostinazione; fino a che il pittore non ne avesse sceverato i caratteri distintivi di paesaggio ligure.

Questo contatto durò sino al 1950, poi ci fu una specie d’arresto. Il pittore si chiuse nel suo studio, elaborò composizioni che s’ispiravano al lavoro dei contadini e in modo particolare a quello dei muratori, tra i quali egli viveva e lavorava. Il colore s’incupì, agli accordi squillanti dei gialli, dei rossi, dei verdi, dei precedenti paesaggi, seguirono accordi di terre e di neri.

Era nata una pittura che poteva chiamarsi neorealista.

Ma il paesaggio ligure lo riprese. Questa volta fu l’architettura dei paesi a incantarlo. Costruzione di muri screpolati, archi, blocchi desolati, Truzzi vagava di paese in paese, solo prendendo qualche appunto. [...].

Dipinse quindi grandi tempere, drammatiche architetture in bleu e in terra rossa. Egli mostra eccezionali doni di fantasia: come dire che è artista per essenza. (Ci sono nei suoi quadri accordi di colore del tutto nuovi).

Parte dal vero verso liriche variazioni, in visioni delicatissime di case, alberi, colline. La voce del suo paesaggio è nuova (austera e anche mistica) sconosciuta è l’aria e la poesia che lo anima.

 

Giacomo F. Natta, 1957

 

 

E’ un merito, il tuo, di poesia, del quale tu sai che penso quello che pensa il finissimo amico Natta.

Carlo Betocchi, 1959

 

 

Nei “Paesaggi dell’entroterra ligure” di Joffre Truzzi, dominano gli alberi, quali protagonisti dei misteriosi drammi ignoti all’uomo e dietro si mostrano rudi case o s’aprono scenari di cieli gialli o verdi, rossi o cinerei, accesi o cupi […]. Fantasioso e spontaneo, c’è un impeto primitivo in queste tele, un soffio aspro e nuovo nelle tonalità accese. Il tocco a spatola è denso, talora violento.

 

Jole Simeoni Zanollo, 1959

 

Truzzi è un pittore in cui l’affetto alla terra in cui vive e lo spasimo della memoria che vorrebbe conservare ogni momento felice, restituirlo in note ferme e definitive, operano con egual forza permettendogli di colmare, talvolta con reale felicità, lo iato tra la tradizione di una pittura condizionata al sapore di una regione, di un paesaggio, e le più remote ricerche intorno all’autonomia del quadro inteso come oggetto in sé sufficiente, cadenza di colori e di forme disposte secondo un ordine di individuale invenzione.

Nessuna polemica esplicita in questa pittura; eppure una carica densa, un gruppo di ragioni pro qualcosa e contro qualche altra cosa [...] che, comunque la si giudichi, è una delle forze di questi quadri, sotto la loro più superficiale apparenza quasi crepuscolarmente gentile o vivacemente lieta. Riteniamo che la loro lettura non sia poi così facile come può sembrare. Ma che tanto più premieranno l’attenzione di chi vorrà non amarli di un’immediata adesione, accoglierli per un movimento incontrollato, ma scrutarne il riposto vigore, ripercorrere il lavoro da cui è nato il loro sbocciare felice. Che è poi sempre il miglior modo di aderire ad espressioni che si presentino cordiali e quasi disarmate. Far insomma del consenso alla bellezza del colore, alla spontaneità della resa mezzo per un ulteriore approfondimento.                                          

 

Albino Galvano, 1962

 

 

Nato in Canada, Joffre Truzzi, viva a Bordighera dove la malia della natura, per un pittore che per temperamento deve sentirne tutto il fascino, gioca il suo ruolo ispiratore. Luci e colori, come si nota nei dipinti ch’egli espone ora al Grifo, si configurano nei rapporti di quelle macchie cromatiche sottilmente modulate negli impasti dosati con abilità: modulazioni e dosature che in fondo caratterizzano la sua pittura anche rispetto ai riferimenti stilistici che, nel presentarlo, Albino Galvano riassume con un appropriato “Morlotti revu par Bonnard”.

 

Angelo Dragone, 1962

 

 

[Truzzi] si presenta con una serie di interessanti paesaggi, realizzati ad olio, nei quali case, colline ed alberi della riviera ligure appaiono calati in una unità tonale a basse vibrazioni cromatiche di alta suggestività lirica. La luce, che nei quadri di Truzzi nasce dall’interno delle piatte zone di colore, commenta strutture paesistiche dove i muretti a secco, i casolari di campagna, le masse di verde rappresentano momenti di una visione sensibilizzata della realtà, visione non ignara delle ultime resultanze della più valida pittura italiana.

 

Carlo Segala, 1963

 

 

Il paesaggio non si presenta più come visione – magari deformata – ma tuttavia legata alle convinzioni visive tradizionali: né vi è traccia del punto di vista e della successione dei piani in funzione di esso, né del medium atmosferico; ma ci si trova di fronte invece ad un tessuto fitto e continuo di materia che della natura conserva intatta la vitalità fisica e l’invadente presenza. Riteniamo che la soluzione naturalistica che Truzzi avanza sia molto vicina a quella di Ennio Morlotti, anche se formalmente se ne differenzia notevolmente. E come per quest’ultimo crediamo valga per Truzzi la definizione che Testori ha dato di un naturalismo “come partecipazione”. Entrata in crisi la visione tradizionale della natura con l’artista come spettatore, è ad essa subentrata una nuova visione, in cui l’artista è attore, connessa tuttavia alla prima, proprio in virtù di quella concezione mitica che la anima. La natura è concepita come una realtà della quale ci si sente parte organica e con la quale ci si identifica al punto di passare dall’osservazione alla generazione.

 

Vice, 1963

 

 

Se penso sia raro trovare un pittore altrettanto fedele alla sua natura (ch’è segno probante di vocazione); credo appaia altrettanto evidente che lo stimolo maggiore al suo lavoro, Truzzi lo attinge dal più complesso moto della realtà. Questa realtà, egli sa benissimo che in parte preponderante e in primo luogo si trova dentro se stesso e non sopra, non fuori, non in gazzette, in professori, in ideogrammi; sa ancora che parte importantissima della realtà, oggi quasi totalmente trascurata, è il paese dove si vive, con la gente, gli alberi e il cielo, sa inoltre che la realtà sono la storia e la tradizione […]. Dagli impressionisti, e soprattutto quelli legati al suo paesaggio, Renoir-Monet-Piana, su su fino alla svolta più recente e determinante – quest’ultima di Wols, Pollock, Gorky, De Staël. Quella che ha portato una più profonda coscienza dell’”organico” in contrapposizione ai giochi intellettuali estetisti; quella che ha affrontato – e per me in modo più diretto dei surrealisti – le zone più remote, segrete e misteriose dell’essere, il conflitto tra idea e realtà, tra momento razionale della realtà, e quello irrazionale nell’istanza poetica.

Le intelligenti argomentazioni non sono riuscite a spiegarmi come si possa prescindere da questa recente storia così drammatica e viva.

Comunque in questa mostra è molto evidente come questa realtà così tesa e scottante sia utile affrontarla anziché pensare all’abiura e all’ostracismo.

E’ affrontando questa situazione che secondo me, Truzzi ha formato le sue sicure radici, s’è stabilito un preciso impegno, s’è scrollato abitudini e atavismi ormai devitalizzati, ha determinato questa sua attuale felice pienezza creativa.”

 

Ennio Morlotti, 1964

 

 

Con una vivace interpretazione in catalogo di Ennio Morlotti, apre la sua personale alla galleria del Mulino [...] il pittore ligure Joffre Truzzi. Si sono conosciuti dietro le colline di Bordighera e affiatati per una comune disposizione verso la realtà di natura: siepi, sterpi, prati, vegetazioni selvatiche, che occupano con insistenze di primo piano lo spazio del quadro e lasciano poco margine alla striscia di cielo. [...]

L’interpretazione di Truzzi, rispetto a quella drammatica sempre di Morlotti: è di più aperta elegia; c’è una felicità nel suo rapporto con questa natura, uno scambio di interiori sensazioni, perciò la pittura ne è tutta illuminata e il colore si ravviva di preziosi splendori.

 

Marco Valsecchi, 1964

 

 

 

Il pittore Truzzi si è presentato in Bordighera con una personale condensata in venti opere che esprimono l’intendimento sobrio di un artista molto prossimo alla maturità.

Abbandonate talune compiacenze pittoriche [...] il Truzzi si è indirizzato verso una semplicità geometrizzata quasi, forse un poco rigida, ma di induttiva affermazione stilistica. Con impasti rinnovati ed accostamenti di toni fermi e saporosi, i nuovi paesaggi presentati, pur svelando un legame a esperienze già note, contengono una personalità manifesta nella costruzione prevalentemente pittorica dell’atmosfera e della prospettiva fatte soltanto di colore.

 

Giuseppe Balbo, 1966

 

 

[…] si rimproverava a Truzzi l’influenza esercitata sulla sua pittura dall’opera e dalla frequentazione di Morlotti.

Che l’opera del maestro lombardo, prima, e di Sutherland più recentemente, abbiano lasciato profonde tracce sulla pittura di Truzzi di questi ultimi anni, è innegabile. Né poteva essere altrimenti, se si pensa che nel guardare a questi due significativi pittori del nostro tempo Truzzi, pittore prevalentemente di paesaggi, di aspetti e di elementi naturali, ha dimostrato di sapere operare una scelta intelligente, coerente col proprio temperamento. Tuttavia in questa personale, accanto ad opere in cui la presenza dei due maestri è ancora chiaramente avvertibile, Truzzi ci ha sottoposto (e questo è un merito che gli va riconosciuto) un buon numero di dipinti che dimostrano in modo convincente come egli, assimilate e superate le due influenze, sappia approdare ad un suo più personale linguaggio.

 

Enzo Maiolino, 1967

 

 

Vorremmo anche citare, se lo spazio ce lo consentisse, quanto scrivevamo altra volta di Joffre Truzzi, un pittore che ha gettato un suo ponte personale tra certe esperienze del nuovo naturalismo lombardo di Morlotti e la tradizione paesistica ligure con un’intelligenza particolarmente sensibile.

 

Albino Galvano, 1968

 

 

Occorre quindi, affinché la nostra disponibilità di sperimentazioni non sia univoca, mettere al vaglio delle nostre percezioni e reazioni, quei modi linguistici che propongono, come quelli di questa mostra di Truzzi, attraverso forme significanti, il contenuto di una esperienza singolare, che per la sua stessa sensibilità a diverse sollecitazioni culturali, è prova dei difficili rapporti che noi oggi intratteniamo con la realtà, tra un passato furiosamente contrastato e un probabile avvenire.

Questa pittura di un denso e meditato colore, innevato di aspri e tortuosi moti, testimonia di una ricerca solitaria e scontrosa, intenta, mediante una continua verifica delle forme e del loro rinnovarsi, a riportare gli oggetti della natura a figure della coscienza.

Oscar Navarro, 1969

 

 

Le sue esperienze culturali-pittoriche che, come notava Morlotti, “vanno dagli impressionisti, soprattutto quelli legati al suo paesaggio, Renoir, Monet, sino alla svolta più recente e determinante, Pollock, De Staël” e, aggiungiamo, come ultima la metafisica della natura di Sutherland, sono state filtrate attraverso quella sua sensibilità morfologica lombardo-emiliana che gli consente di fondere cadenze cromatiche e compositive di una tenera penombra lombarda con scatti e torsioni nervose proprie della linea emiliana.

L’attuale sviluppo pittorico trattiene in sé quelle esperienze risolvendole con una esaltazione della luce dove i chiari prevalgono sugli scuri, dove il colore steso a grandi campiture rileva visioni di paesi dell’entroterra ligure entro intrecci risentiti di forme vegetali. E i piccoli quadri di arbusti e cespugli, sono in realtà, entro una individuata forma, anch’essi paesaggi saturi, di zone d’ombra, di un colore addensato e rilevato.

Così, pur rinnovandosi, Truzzi, è rimasto fedele al suo modo di porsi di fronte alla realtà per cogliervi, con l’impegno di tutta la sua carica umana, l’organismo vivente delle strutture.

 

Oscar Navarro, 1975

 

“Sono un pittore naturalista. Dipingo la natura. Da sempre”. Così dice Truzzi della sua pittura e di se stesso.

Di se stesso perché la natura è il suo mondo, il suo ambiente, meglio ancora il suo elemento: in cui egli si ritrova e si muove.

Dalle sue parole, che sono poi dichiarazioni abbastanza esplicite, la natura appare ancor più come verbo, norma di vita ed esigenza: certo una meta costante del suo essere. “Forse perché sono nato in un bosco” (è figlio di emigrati nel Canada), Joffre tiene a ricordare, quasi che per lui stesso la persistenza e l’attualità di quell’ispirazione costituiscano ancora un interrogativo. [...].

La sua natura è di sicuro vivente, ampia, generatrice; ricca di linfa.

Così che egli, più che osservarla e rappresentarla, la sente e la dice: la sua è la pittura di un contatto. E il suo senso della natura (senso piuttosto che sensibilità) ricorre particolarmente al colore come al mezzo precipuo e più indicato per la propria espressione.

Natura e colore appaiono quindi il binomio di base della sua pittura.

 

Massimo Cavalli, 1977

 

Joffre Truzzi è prima di tutto, essenzialmente direi, pittore dal colore vivace, robusto, aggressivo, specialmente negli ultimi paesaggi liguri di questa primavera. […].

La irruenza del discorso, la violenza della pennellata sono una costante di un linguaggio in evidente evoluzione per una ricerca del reale, la cui oggettività è stimolo ad una fantasia che sa darci, nelle soluzioni offerte, accenti di vera poesia

.

Piero Fraccalini, 1980

 

A Truzzi mi lega un lungo rapporto, consolidato dalla comune amicizia con Morlotti. Ricordo di lui un vagabondare alla ricerca delle luci dei costoni, delle dolcezze di un’aspra terra, fatte di cielo, di tramonti rosati, di silenzi nascosti nelle vegetazioni. La sua pennellata è istintiva e nel contempo guidata da un sentimento virgiliano della vita (Truzzi è di Mantova) con qualche collera da animo offeso.

Truzzi sa ciò che gli è necessario. Quante volte Ennio ed io, lo abbiamo sentito mormorare qualche brano delle Bucoliche: l’uomo che abbandona i campi, l’uomo dell’esilio, che aspira a tornare al suo regno. Forma d’elegia che in pittura si è sovente tradotta in soffi leggeri, in brezze che animano le cose: crinali toccati dalla grazia, casette raccolte nel fervore del verde, rocce clonate di azzurro e polvere.

Era un uomo sempre disponibile al lavoro e alla vita, sempre pronto a partire, verso una tomba, un rudere, un fiore. Poteva anche essere insopportabile, litigioso in superficie, ma a Morlotti e a me strappava sempre un sorriso, perché ne conoscevamo la malinconia fondamentale.

Ora non riesco a immaginarlo vecchio: è rimasto com’era con qualcosa di più gracile, di più poetico nei suoi quadri: gli stessi paesaggi d’allora, ma come sospesi nel vuoto, con dolcezze più apparenti e toccate dalla vertigine. L’inevitabile manto della malinconia s’è istoriato di scene gioiose, di azzurri aggrediti dall’ombra, di viola vibranti, di dorati che vanno verso il caos o la pace materica. Possibile che la vita nella sua erosione sia sempre eguale?

 

Francesco Biamonti, 1996

 

 

Personaggio solitario, lontano dal clamore delle mostre, nonostante l'età e i conseguenti problemi di salute, continua a dipingere denotando forza di carattere e straordinaria vitalità.

Per Joffre la pittura rappresenta gioia di vivere, un modo e una necessità per esprimersi e fissare sulla tela ogni percezione visiva. Ovunque é un'esplosione di luci e di colori, a volte con movimento e impressioni incalzanti, altre con sensazioni che si avvicinano alla solidità costruttiva della forma, andando comunque oltre la semplice rappresentazione del visibile.

Il suo modo di vedere non é mai oggettivo: non ritrae la natura così come appare, con superficialità, copiandola servilmente, ma la traspone cromaticamente in modo personale e sintetico, con una ricerca coerente, continua e rigorosa, che porta avanti fin dall'inizio della sua attività.

Il pittore si può inserire in un'area che da Renoir e Cézanne arriva a Ennio Morlotti, suo grande amico. Si avvicina a Renoir ("a me piacciono le pitture che mi fanno desiderare di passeggiarvi dentro se rappresentano paesaggi, di carezzarle se rappresentano donne") per il suo immergersi nella natura e per il suo amore per ogni oggetto del creato; a Cézanne per lo spazio realizzato mediate pezzature di colori più caldi, i vicini, più freddi i lontani, fino alle varie tonalità degli azzurri dietro le colline, rendendo la prospettiva col solo mezzo del colore; a Morlotti per la tendenza alla trasfigurazione della realtà ottenuta con intensi impasti di materia in un superamento della visione naturalistica fino a un processo di astrazione pittorica, anche se mai completamente raggiunta.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                Marco Farotto settembre 2005

 

 

 

QUEL RICCIOLO BIANCO DELL’ ONDA

 

La casa di Truzzi é vicino al mare ; da questo la divide la massicciata su cui corrono i binari della ferrovia ; il mare qui non si vede dai piani bassi, lo si intuisce soltanto; quando é agitato si sente l’odore di salsedine. E’ un dolce settembre e il frastuono dell’estate si é appena spento lasciando ampi spazi ai rumori più famigliari, alle voci che giungono, nitide e solitarie, insieme allo scandire dei passi sui marciapiedi. Sono sceso dall’Aurelia per la piccola strada condominiale ; la porta del piano rialzato, dove abita il Pittore si é aperta prima che suonassi e subito é apparsa sorridente una bella Signora bruna, che mi si presenta come nuora di Joffre. Mi ha indicato in fondo alla stanza, la figura di un vecchio che si stava alzando dalla poltrona. La ricordavo quella testa bianca piena di riccioli e dallo sguardo fiero, un po’ inquieto, che si accende e si spegne, mi era noto, anche se non famigliare. Non mi é parso molto cambiato dall’ultima volta che lo incontrai – nel gennaio scorso – quando andai ad invitarlo alla presentazione del carteggio Betocchi/Pazielli, nel quale figurava anche lui. Lo stesso portamento eretto, negli occhi la stessa fierezza, anche se oggi mi é sembrato intravedervi una più spiccata inclinazione alla dolcezza . «  Io vengo senz’altro » disse quella volta, ringraziandomi, «  se qualcuno mi accompagna » e dopo un momento d’esitazione, «  e se no, vengo da solo ! » accennando al suo bastone nero li’ vicino. E da solo venne, infatti, presentandosi all’ingresso della Chiesa Anglicana un bel po’ prima dell’inizio ; guardo’ bene tutt’intorno, mi saluto’, parlo’ con due o tre persone e poi se ne ando’. Anche ora ho di fronte un uomo schivo da ogni cerimoniale, attento solo all’essenziale, contrario al superfluo, ribelle di fronte ai convenzionalismi e ad ogni forma d’ipocrisia. Egli vede il bene, e lo apprezza, quando é scevro da ogni orpello, e soprattutto, quando puo’ essere coniugato con l’arte e con la cultura autentiche. Quasi ad avvallare questo aspetto del suo carattere, mi dichiara con una certa fierezza, che le sue origini canadesi non sono influenti ; e che, invece contano assai di più quelle famigliari che sono lombarde, o meglio ancora di confine, perché del mantovano, proprio a cavallo fra Emilia e Lombardia.

Intanto l’onda lenta del mare si ripropone nei momenti di maggiore quiete, come una carezza, nel volgere di uno sguardo ; e ripenso allora a quell’onda ben, più vigorosa e veloce, ricca di bianca schiuma che la corrente, delle nostre mareggiate di ponente, scaraventa fino ai muraglioni della passeggiata e oltre. Rivedo la bianca distesa di schiuma correre, ormai placata, verso terra e poi improvvisamente, incontrando un ostacolo , impennarsi con una forza inaspettata verso il cielo e rifrangersi quindi in mille rivoli bianchi ricchi di veemente allegria. Ecco, dico fra me, ecco : quel ricciolo impetuoso e arrabbiato potrebbe essere Truzzi, e tutti quegli schizzi bianchi successivi, la sua allegria e la sua raggiunta dolcezza. Cosi’ mi piace vederlo, affrontare la risacca della vita, e destreggiarsi in essa.

            Ci spostiamo nello Studio del Pittore e qui, sulla soglia, sono investito da un’onda di luce calda senza che nessuna lampada fosse stata accesa. Le tele sono appoggiate per terra contro le pareti, alcune, appese lungo le stesse ; Joffre non indugia a commentare i suoi lavori ; ascolta e guarda con me. Alle sue spalle, come arrampicato su una scala di metallo, sento, e poi vedo, lo sguardo ammiccante di un suo bel autoritratto. Mentre usciamo dalla stanza gli chiedo di Bordighera, dei suoi amici, dei suoi « colleghi » pittori, degli artisti in genere ; di Bordighera degli anni prestigiosi (1950 – 1970) dei Premi 5Bettole e degli avvenimenti importanti, non spende molte parole in proposito ; ma ricorda volentieri alcuni nomi che gli sono cari, come Giuseppe Balbo, prezioso animatore di tante iniziative, e, altri, per il loro rilievo nel campo della cultura e dell’arte : Carlo Betocchi, di cui rievoca la grande ospitalità offertagli nella sua casa fiorentina di Borgo Pinti, nel 1957, Giacomo Ferdinando Natta, arguto e colto conversatore ; Sbarbaro, Biamonti, Carlo Bo, Giancarlo Vigorelli, Lorenza Trucchi, Italo Calvino, tutti gravitanti qui e poi, quasi per un segreto appuntamento, tutti da Maria Pia Pazielli alla sua Piccola Libreria . Gli occhi, ad un certo punto, si intristiscono, un altro nome gli affiora sulle labbra : Luciano De Giovanni, il Poeta sanremese scomparso da pochi anni cui lo legava una profonda amicizia. Riesco a stento a leggere alcune parole di una poesia che De Giovanni gli ha dedicato ; uno dei suoi sonettini del 1986 »…..e il cielo che vortica lento/ le sue nuvole e il suo azzurro / e  la barriera dei monti e gli ondulati dorsali/ e le segrete fonti. »  Degli amici d’oggi Truzzi ricorda in particolare Enzo Maiolino, Sergio Gagliolo, Sergio Biancheri ; nomi legati all’arte e alla vita, alla comune visione naturale di questa aspra e semplice terra di ponente. Ricorda Morlotti e ancora Biamonti, e la gita che fece con lui e Maiolino nei luoghi di Cézanne. Si illumina infine parlando di Piana, e batte la mano sul tavolo in segno di grande stizza e ribellione quando denuncia il persistente oblio che circonda questo Pittore di grande valore e straordinaria modernità. Il commiato si avvicina e Joffre appoggia la sua mano sul mio braccio, mi fissa negli occhi e mi dice risoluto : » ricordati che chi non é sincero nella vita, non lo é neppure nell’arte », una bella verità pronunciata da un uomo « vero ».

            Starei ancora a lungo, accarezzando il silenzio come si accarezzano le nuvole che incorniciano i nostri tramonti nei loro inesorabili mutamenti. Un’ultima occhiata al tavolo di Truzzi, una fotocopia un poco gualcita ricorda una mostra del Pittore alla Biblioteca Di Ospedaletti nel 1996 ; una foto ricordo degli anni ’60 con Morlotti e Biamonti, un breve scritto di quest’ultimo, intenso e ricco di significato umano per Truzzi, « …un uomo sempre disponibile al lavoro , alla vita, sempre pronto a partire, verso una tomba, un rudere, un fiore. Poteva anche essere insopportabile, litigioso, in superficie, ma a Morlotti e a me , strappava sempre il sorriso, perché ne conoscevamo la malinconia fondamentale».

 

                                                                                                                                                                                             Lugi Betocchi -  settembre 2005

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